| L’invito di Gesù a fare Eucaristia in «sua memoria», non significa solo ripetere dei riti, ma annunciare che dalla Pasqua del Signore nasce una logica nuova di vita, la logica del dono e dell’offerta che diventa servizio profetico per l’umanità.
Celebrare l’eucaristia significa celebrare il mistero pasquale, realtà cioè di morte e di vita. Per questo l’Eucaristia sarà per sempre grande annuncio di speranza e di novità: la vita supera la morte, il bene il male, la verità, la pace e la giustizia superano tutto ciò che conduce la storia su strade di cattiveria e di ingiustizia. Ecco, la Chiesa fa memoria di tutto ciò, rende presente questi grandi annunci nei gesti e nei segni che ogni domenica pone come riti densi e significativi: l’accoglienza, l’offerta, lo spezzare il pane, il darne a tutti. Si fa memoria di Dio che così ha realizzato il suo essere-con e tra gli uomini e il suo essere salvezza per loro. L’ammonizione «Fate questo in memoria di me» diventa così un ricordare (nel senso di rendere presente) la realtà di un Dio schierato dalla parte dell’uomo e della sua speranza. Significa ricordare che tutto ciò è vero e si è compiuto nella vicenda di Gesù di Nazareth, nel suo intervenire nella storia e si compie ancora oggi, dando ragione di essere alla fiducia del cristiano e ponendolo sempre sotto il segno della libertà e della salvezza. Ecco perchè la memoria di Cristo non si esaurisce in una formula liturgica ripetuta con fedeltà. L’Eucaristia non è questione di riti o di formule; fare comunione è rivivere l’Eucaristia come annuncio della morte violenta di un giusto innocente sapendo che da questa morte è venuta la salvezza per ogni uomo. Vuol dire ricordare questo avvenimento insolito ed eversivo «finchè egli venga», cioè durante tutta la storia. Vuol dire non dimenticare mai la logica della non-violenza, della vita offerta per amore e i grandi valori che hanno condotto Gesù alla croce.
Legati a una speranza
E allora l’Eucaristia celebrata con questa passione diventa anche forza per un annuncio coraggioso e preciso, perchè non può essere ridotto al silenzio un mistero così grande di cui la comunità, settimana per settimana, fa memoria. E’ così che la comunità cristiana scopre la sua profonda chiamata a vivere la profezia: da protagonista nel celebrare, diventa protagonista nell’annunciare. Come annunciare? Oltre che con le parole, con la presentazione di idee e di valori – cosa necessaria e urgente ma che coinvolge un numero limitato di persone – c’è l’annuncio scritto e proclamato con la vita, con lo stile di esistenza, un annuncio più facilmente percepibile ma più difficile da offrire, perchè qui non si può barare. La vita, la testimonianza, dicono chiaramente chi sei, cosa credi e a quale speranza sei legato.Se nel parlare puoi riuscire a mascherarti dietro un bel discorso, un giro di parole che finisce per ingannare, qui devi manifestare ed esprimere ciò che sei in verità. Ecco, la comunità diventa profetica con la sua stessa vita, con il suo modo di essere e di vivere la comunione, i rapporti, il quotidiano, le esperienze piccole e grandi che l’esistenza stessa consegna da vivere. Cosa annunciare? Dall’Eucaristia la comunità impara – e lo annuncia – a superare l’individualismo a tutti i livelli, religioso, politico, culturale… per affermare la forza della solidarietà e della fraternità che spinge a gesti concreti di comunione, di accoglienza e di capacità di offrire se stessi per il bene dei fratelli. Dall’Eucaristia la comunità impara – e lo annuncia – che non ci può essere posto per discriminazioni, per forme più o meno accentuate di razzismo, che non ci può essere tentennamento di fronte alla difesa della vita, della pace, della giustizia; che non si può misurare la validità e la verità delle cose a partire dall’interesse e dal tornaconto. Impara che l’unico metro valido che dovrà guidare in ogni esperienza e in ogni scelta anche piccola, è quello di chiedersi quanto si sta favorendo la vita, la crescita, la salvezza dell’altro. Dall’Eucaristia la comunità impara – e lo annuncia – che l’Amore è la logica vincente; che, al di là di tutto, di pretese e di arroganze, di ricchezze e di egoismi, di voglia di far valere se stessi, ciò che conta è amare; ciò che resta, ciò che va al futuro, ciò che permette di vivere anche oltre la morte è unicamente l’amore e il bene.
La profezia che il mondo cerca
E così si impara a donarsi gli uni agli altri ogni giorno, nell’aiuto fraterno, nella capacità di costruire rapporti sereni, nella vicinanza e solidarietà nella gioia e nel dolore, nella capacità di andare al di là delle sbaglio e del limite concendendo il perdono e spingendosi a gesti di riconciliazione. Un amore possibile! Mi pare grande questo annuncio che la comunità può offrire. Oggi sembra che l’egoismo, la forza, il denaro e la pretesa, abbiano il sopravvento su tutto e su tutti. La profezia che il mondo cerca e che ha bisogno di ascoltare è dire che amare è possibile, andare d’accordo è possibile, stare insieme da fratelli è possibile! Dall’Eucaristia la comunità impara – e lo annuncia – che il servizio, la vita offerta per amore, la croce assunta con il cuore, non diminuiscono l’uomo, anzi lo rendono grande. Il servizio, la croce, il dono, non spezzano l’uomo; spezzano piuttosto la voglia di potere e di dominio, la pretesa di egoismo. Si riesce così a comprendere che la vera dignità e autenticità sta nella capacità di offrirsi e di dare vita. Anche questa profezia è difficile da rendere visibile. Ci vuole coraggio per affermare che il servo è beato, che è felice colui che sta all’ultimo posto, che non c’è altro modo per avere la vita per accettare di perderla, che occorre ogni giorno prendere la croce e portarla. Non sono certamente discorsi di moda e stonano in un contesto di annunci di felicità a poco prezzo, di benessere capace di soddisfare ogni fame e ogni sete. Ma è qui che si pone la forza della profezia di una comunità cristiana autentica e vera. E’ qui che il «fate questo in memoria di me» diventa veramente coscienza critica nei confronti di certi modi di pensare alla vita, all’amore, alla giustizia, all’umanità. Dall’Eucaristia la comunità impara la speranza. Non si può celebrare il mistero pasquale di morte e vita senza fare propria la certezza che la vita vince, che nonostante tutto l’ultima parola spetta alla bontà, alla bellezza, alla festa, all’armonia. Anche questo è un annuncio attuale. Tentati dal pessismismo, dalla tristezza per le cose che non vanno bene, si è portati a «vedere nero», ad essere incapaci di scommettere sul futuro e, come reazione, si va verso un tipo di esistenza là dove ognuno si chiude in se stesso costruendosi il suo piccolo nido e lasciando che il mondo vada come vuole, tanto «non ci posso far nulla».
Un fiume che salva
La comunità cristiana celebra e sa che la storia è già storia di salvezza, è già il Regno in cammino, è già presenza di Dio. Proprio per questo è aperta alla speranza e alla fiducia e, anche quando deve riconoscere segni di morte, sa che essi non sono mai talmente grandi da nascondere e annullare i segni di vita; sa piuttosto che «un albero che cade fa più rumore di una intera foresta che cresce» ed è solo per questo che può più facilmente venire notato e messo in risalto. Una comunità cristiana che celebra ha molto da offrire. Speranza, anzitutto, serenità e fiducia, un sorriso. Quando celebriamo la risurrezione ci spostiamo decisamente alla parte della novità e non possiamo più essere tristi come quelli che non hanno la speranza e non credono che la morte è già stata vinta. Per concludere… C’è una pagina del profeta Ezechiele dove si descrive una visione: dall’altare del tempio esce un fiume d’acqua che si fa sempre più imponente e là dove arriva porta novità, fertilità, sana e fa rivivere ogni cosa. Mi sembra una bella immagine per aiutare a capire anche quel servizio profetico che una camunità cristiana nutrita dall’Eucaristia è chiamata a vivere nel quotidiano. Acqua fresca, in una parola, che fa rifiorire, che risana, che offre frutti di pace, di bontà, di generosità e di giustizia. |
